Raccontare questa storia non è semplice, perché ha dell’incredibile e dell’insensato. È il 6 giugno del 2000 quando a Chiavenna, un piccolo comune della provincia di Sondrio (Lombardia), si consuma un omicidio tanto crudele quanto inspiegabile. Le protagoniste sono tre ragazze adolescenti annoiate dalla vita di paese: Milena, Ambra e Veronica, di 16 e 17 anni.
Volevano compiere un delitto per spezzare la monotonia della loro esistenza. Avevano discusso a lungo su chi potesse essere la vittima: un cane sarebbe stato troppo banale, mentre il parroco del paese era troppo robusto e avrebbe potuto reagire. La loro scelta ricadde su Suor Maria Laura Mainetti, una donna nota per la sua gentilezza e dedizione ai giovani in difficoltà.
Le ragazze telefonavano spesso alla donna, fingendosi ‘Erika’, una giovane rimasta incinta bisognosa di aiuto. La suora, buona di cuore, offrì ingenuamente il suo aiuto, si preoccupò, ma spesso e volentieri le chiamate si interrompevano rapidamente. Una sera, però, ‘Erika’ richiamò e chiese di incontrare la suora, che volle farsi accompagnare dal prete, ma le ragazze insistettero perché andasse da sola. L’appuntamento era nella piazza del paese “Piazza Castello”.
All’incontro si presentò solo Veronica, identificandosi appunto come Erika, mentre Ambra e Milena erano nascoste dietro un cespuglio. Veronica ebbe un ripensamento, così come le altre. Anni dopo, tutte e tre confessarono di aver sperato che suor Maria Laura non si presentasse, ma la donna arrivò puntuale e loro portarono a termine il piano.
Con una scusa si palesarono tutte e tre, si avviarono verso un vicolo buio e la colpirono alla testa con un sasso, sperando di tramortirla subito. L’operazione si rivelò più complessa del previsto. La suora cadde a terra, ferita, ma ancora cosciente. Pregava, implorava di essere risparmiata, prometteva loro di non dire nulla. Ma le tre ragazze non si fermarono. Si passarono il coltello a turno, colpendola ripetutamente fino a infliggerle diciannove coltellate.
Terminato il piano, fuggirono lasciando il corpo in un lago di sangue. L’ombrello della suora giaceva poco distante, le sue scarpe erano volate via durante l’aggressione. In mano teneva una ciocca di capelli che riuscì a strappare a una delle assassine nel tentativo di difendersi. Dopo essersi ripulite, si cambiarono e andarono al luna park del paese, cercando di crearsi un alibi. Durante il tragitto, una di loro incrociò lo sguardo di un ragazzo del posto, un dettaglio che si rivelò cruciale per le indagini.
La mattina seguente, venne scoperto il corpo della suora, la comunità rimase scioccata e si scatenarono le ipotesi: c’era chi parlava di un rituale satanico, chi di un assassino venuto da fuori. Nessuno riusciva a concepire che l’orrore fosse stato commesso da tre ragazze del posto.
Le tre adolescenti, convinte di aver commesso il delitto perfetto, partirono poco dopo per la stagione estiva. Si telefonavano, si aggiornavano sulle rispettive vite.
Ma le indagini avanzarono rapidamente. Un identikit diffuso dai giornali mostrava il volto di una ragazza riccia con guance paffute, somigliante a Veronica. Un’amica la chiamò per avvertirla, ma lei rispose con tranquillità, certa che il cambio di colore dei capelli l’avrebbe resa irriconoscibile.
In un bar del paese, un carabiniere lasciò volutamente aperto un giornale con l’identikit. Poco dopo, qualcuno scrisse il nome “Veronica” sotto l’immagine e l’informazione si diffuse. Il 28 giugno 2000, vennero arrestate.
Durante gli interrogatori emerse la totale assenza di un vero movente. Le ragazze parlarono di noia, della vita monotona del paese. I loro racconti mostrarono un passato di autolesionismo e disagio interiore. Inizialmente rimasero unite, rifiutandosi di indicare una “capo” del gruppo. Ma con il tempo, sotto la pressione degli psicologi e degli inquirenti, cominciarono ad accusarsi a vicenda. Anche i genitori cercarono di proteggere le proprie figlie, sostenendo che erano state trascinate dalle altre.
Le tre ragazze furono condannate con pene comprese tra gli 8 e i 12 anni di reclusione, un verdetto attenuato dalla loro giovane età e dal percorso di riabilitazione offerto dalla giustizia minorile. Dopo aver scontato la loro condanna, le tre ragazze cambiarono cognome e si trasferirono in città diverse. Oggi non hanno più contatti tra di loro. Invece, Suor Maria Laura Mainetti è stata beatificata il 6 giugno 2021 da Papa Francesco.
Il delitto di Chiavenna rimane uno dei più feroci e inspiegabili della cronaca italiana. Ha sollevato interrogativi profondi sulla fragilità adolescenziale, sul disagio giovanile e sul rischio di derive distruttive. A distanza di anni, continua a suscitare sgomento e riflessioni che non trovano risposte definitive.


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