LA COSCIENZA DI ZENICA

L’Italia resta a casa, di nuovo. Non c’è altro da aggiungere, milioni di italiani col cuore in gola sono stati ancora una volta testimoni di uno spettacolo raccapricciante e vergognoso e un’intera generazione di giovani dovrà aspettare altri quattro anni per avere quello che ormai bisogna chiamare privilegio di poter tifare la propria nazionale al Mondiale.

Alzi la mano chi il 9 luglio 2006 ha pensato che quella finale contro la Francia sarebbe stata l’ultima presenza azzurra nella fase finale della coppa del mondo, probabilmente nessuno e oggi 1 aprile 2026 questo paese è nuovamente vittima di uno scherzo di pessimo gusto. Inutile chiedersi in questo momento cosa è andato storto, perché le risposte probabilmente non arriverebbero dal campo. In tutta onestà l’Italia è più forte della Bosnia, così come lo era della Macedonia del Nord nel 2022 e della Svezia nel 2017. Discutere delle scelte di campo è inutile, parlare dell’arbitraggio ancora meno, cercare di capire come si è arrivati per l’ennesima volta a questo punto è doveroso.

Era il giugno del 2014 e l’Italia era appena uscita dai gironi per la seconda volta di fila, si parlava di riforme obbligatorie da fare, di rivedere tutto il sistema giovanile e di cambiare mentalità degli allenatori, di preferire il ragazzino con la tecnica a quello col fisico per poter stare al passo del calcio internazionale. Dodici anni fa non è cambiato ancora nulla e le dichiarazioni del presidente della federazione Gravina fanno rabbrividire: è surreale e ridicolo che un dirigente che ha vissuto due mondiali mancati (non giocati male, mancati!) non si presenti davanti alle telecamere senza dimettersi o almeno che dia l’idea che nei prossimi giorni il suo cammino da capo della FIGC terminerà.

Ormai c’è poco di sorprendente nelle reazioni di chi comanda il calcio italiano, d’altronde si sa che questo è il paese che più di tutti fa uso della colla speciale per restare attaccati alla poltrona, un habitué della storia tricolore calcistica e non, che tiene ingabbiate milioni di persone allergiche ai cambiamenti e alla voglia di migliorarsi, perché quando si sente pronunciare la frase “il calcio è lo specchio del paese” l’istinto porta subito a pensare che si tratti di un’iperbole, ma dopo serate buie come quella di Zenica, di Palermo e di San Siro seguite da un mancato tabula rasa dei responsabili qualche dubbio può venire.

“No country for old men” guarda caso veniva pubblicato proprio nel 2006, come una sorta di preludio, l’annuncio di un disastro dalla durata di (almeno) cinque quadrienni, il tempo necessario per sfornare una nuova generazione di calciatori e farli arrivare a un mondiale già anziani nel 2030, se mai sarà il caso, con l’augurio che le nuove future generazioni possano avere un giorno la fortuna di vivere un mondiale con gli occhi di un bambino e imparare a scoprire il mondo attraverso il gioco più bello, sperando che le persone che fra quattro anni staranno incollate alla poltrona possano aver deciso finalmente di fare il loro lavoro, perché se è vero che questo non è un paese per vecchi, cercate almeno di non levarlo ai giovani.


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