SANREMO: TRA TESTI DA CENSURA E TESTI CENSURATI

Chi aspetta con ansia la settima di Sanremo si prepara automaticamente all’ondata di polemiche, gaffe e scandali che essa puntualmente porta con sé ogni anno. Nell’attesa dell’imminente settantaseiesimo festival della canzone italiana, facciamo allora una bella scorpacciata di trash andando a curiosare tra i testi delle edizioni passate.

Tu fai schifo sempre – Pandemonium (1979).

Volutamente ironica, la canzone inizialmente si presenta come una dedica di profonda ammirazione di un uomo nei confronti dell’amata, incredulo circa il fatto che lei abbia potuto scegliere uno come lui, paragonandone la bellezza ad una stella e successivamente ad un fiore. Insomma, versi degni di Petrarca, se non fosse che l’amata in questione, per tutta risposta, nel ritornello prosegue così:

“Tu fai schifo sempre

Da mattina a sera

Fai schifo sempre

Quando scendi le scale

Fai schifo sempre

Quando leggi o’ giurnale

Fai schifo sempre

Fai schifo sempre”

Ci vuole K… – Concido (2007).

A chi non sarà capitato di esclamare almeno una volta che nella vita, per riuscire a cavarsela, ci vuole una certa botta di fortuna. Ecco, i Concido hanno ben pensato di esprimere liberamente questo concetto direttamente sul palco dell’Ariston:

“Ci vuole culo

Lo dico sempre io

Che nella vita

Ci vuole culo Un po’ di culo

Per stare a galla e non sentirsi sottoterra

E per trovare la tua donna proprio quella”

“Un grande culo per stare in piedi in mezzo a tutta questa gente

Che fa buon viso e poi ti frega come niente”

Il babà è una cosa seria – Marisa Laurito (1989). Direttamente dalla disastrosa edizione del 1989, ricordata come la peggiore di sempre, arriva una vera e propria celebrazione della cucina e partenopea, interpretata dalla più che mai spumeggiante Marisa Laurito. Come potete leggere di seguito, il brano è un tripudio comico di pietanze napoletane che culmina con il re dei dolci tipici della zona, niente popo di meno che sua maestà il babà.

“A me quello che mi consola

È l’addore d’a pummarola

Perché quel che mi tira su

Sogno ‘è zite con il ragù

La fortuna è fugace si sa

L’amor, l’amor, l’amore viene e va

Ma il maccherone resta

Non c’è sta nient’a  fa “

“E si ‘a vita amara se fa

Si addolcisce ci nu babà!”

“Il babà è una cosa seria

Cu ‘o babà non se pazzea è una cura che fa bene

‘O  babà non po’ ingannà!”

Esatto! – Francesco Salvi (1989).

Il brano portato in gara da Francesco Salvi detiene chiaramente il titolo di canzone più folle, demenziale e al contempo geniale di quello stesso Sanremo a cui prende parte la Laurito.

Il comico si propone di far cantare gli animali, ai quali a turno è dedicato un assolo di versi, sostenendo che con tutto ciò che si sente in giro sia giunto il momento di stare a sentire che hanno da dire anche loro.

“Con tutto quello che si sente in giro

Proviamo a far cantare gli animali veri

Vai col gruppo, prova microfono

Esatto!”

“One, two,three,quattro

Esatto,esatto,esatto,esatto!

Facciamo tutti dei versi

Siamo una grande tribù”

“Bene cominciamo con il maiale, the pork

Mi raccomando, è la prima volta che canta un maiale

State attenti alle parole, scandirle ( segue una sequenza di grugniti )

Esatto!

Era la prima volta mi sa che è anche l’ultima”

Se pensavate di averle sentite (o meglio lette) tutte sappiate che il peggio deve ancora arrivare. Quantomeno i testi di cui ci siamo occupati fin ora avevano una linea ironica più o meno evidente, diverso è il discorso per i prossimi serissimi brani.

Caramella – Leo Leandro (1993).

Si farebbe fatica a credere che dal palco della kermesse canora più importante d’Italia sia passato il racconto esplicito dell’infatuazione per una sedicenne, cantata da chi i sedici anni li ha passati da un pezzo, eppure è così. Leo Leandro parla della sua attrazione per una minorenne che scappa e lascia i brividi a pelle, un po’ come i brividi, di tutt’altra natura, che lascia il testo della sua canzone, costellata di discutibilissimi dettagli, rime e giochi di parole di dubbio gusto.

“Hai sedici anni, ma guarda tu

Ormai io li ho passati da un po’

Ma tu mi piaci troppo però mangi troppe caramelle gnam gnam gnam scappi e lasci i brividi a pelle

Caramella all’albicocca, guarda che bocca

Caramella alla mora, guarda che bona

Caramella stammi stretta, ma quanta frutta”

“Caramella alla pera, che merendera

Caramella anche alla mela, che seno a pera”

Ho mangiato la mia ragazza – La Sintesi (2002).

Un titolo simile lascia ben poco all’immaginazione e no, non si tratta di alcuna metafora. Sotto consiglio di Morgan, produttore del loro primo album dal quale il brano in questione viene scartato, il gruppo milanese La Sintesi si presenta a Sanremo Giovani con un testo che tratta un tema del tutto originale , quello del cannibalismo.

“Dottore ho urgente bisogno di parlare un po’ con lei

Ho instaurato un rapporto morboso con la mia ragazza

Ho chiuso tutte le porte con il mondo

Ho dormito abbracciato ai suoi vestiti

Volevo quasi fermarla nell’ambra

Ma poi ho capito che il posto più  sicuro Era dentro di me

“Ho mangiato la mia ragazza

Per contaminare la mia persona con le sue semplici qualità,qualità”

“Mi sono chiesto dove avesse l’anima

E non trovando una risposta

Ho pensato io la mangio e il mio metabolismo farà il resto”

Che giorno sarà – Padre Alfonso Maria Parente (2000).

Dopo la partecipazione di Frate Cionfoli, nel 2000 è il turno di Padre Alfonso Maria Parente,  che si fa spazio tra le nuove proposte con un brano in cui mostra uno spaccato di vita reale e cruda, forse un po’ troppo. In una calda giornata d’agosto, l’alternativissimo prete si ritrova a fare una particolare passeggiata, durante la quale fa incontri di ogni genere che lo portano ad interrogarsi sul momento in cui avranno fine le situazioni di miseria di cui è testimone. Nelle parole di Padre Parente emerge certamente l’attenzione per gli emarginati, da buon uomo di fede qual è. Sembra che quel cambiamento da lui tanto ricercato non sia mai arrivato dato che, ciliegina sulla torta, due anni più tardi viene arrestato per truffa.

“Me ne sto sotto il sole d’agosto

Non ho nessuno e non mi sento al mio posto

Spugna nel pugno e gialla pelle di daino

Un lavavetri in piedi, un nord-africano

Mi sposto all’ombra di un palazzo vicino

Seduto a terra un tipo col cucchiaino

Sta riscaldando qualche cosa di strano

Sta preparando senza rumore la sua dose d’amore

C’è un ubriacone steso sulla panchina In mezzo al vomito e all’odore di urina”

Sul marciapiedi una signora composta

Adesca un’auto che si ferma e si accosta

Non c’è bisogno di parole affettate

Per dichiarare quanto costa ai bollori”

Dimmi che giorno sarà

E se mai quel giorno arriverà

Se mai qualcosa cambierà

Quando qualcuno qualche cosa farà”

Numerosi invece i casi in cui i testi sono stati travolti da contestazioni e infine censurati.

4/3/1943 – Lucio Dalla (1971).

La canzone subisce una duplice censura, a partire dal titolo. In origine il brano, che racconta contemporaneamente dell’amore materno che sfida la guerra e dell’assenza della figura paterna nella vita di Dalla, avrebbe dovuto chiamarsi “Gesù bambino” finendo invece per prendere in prestito la data di nascita del cantante. Inizialmente, proprio per le accuse di blasfemia il pezzo viene rifiutato. Viene poi ripreso in considerazione ad una sola condizione, ovvero l’eliminazione di alcune parti considerate non opportune. Ed ecco che tutti i riferimenti sacri vengono addolciti, tra cui l’accostamento della figura di un Gesù bestemmiatore a “ladri e puttane”  che fa sobbalzare la commissione incaricata dell’approvazione dei brani di quell’edizione.  Lucio Dalla e Paola Pallottino, co-autrice del brano, cedono alle modifiche con non poca indignazione. Il cantautore bolognese però nei suoi concerti ha sempre eseguito il brano facendo fede alla prima versione.

Testo originale: “giocava alla Madonna con il bimbo da fasciare”

“E anche adesso bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino”.

Testo modificato:

“giocava a far la donna con il bimbo da fasciare”

“E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù  Bambino”

Voglio l’erba voglio – Francesco Magni (1980).

È nel 1980 che il festival si trova a fare i conti con un dichiarato riferimento all’eroina.  Il testo subisce una piccola modifica che ne cambia totalmente il senso e sembra che per la Rai il pericolo sia scampato, fin quando l’ultima sera, non si sa se per spirito di ribellione o per una piccola défaillance, viene cantato il verso previsto nell’originale, in barba alla censura. testo originale:

“chi si tira una pera solamente il dì di festa”

modifica: “chi fa il gallo solamente il dì di festa”

Vado al massimo- Vasco Rossi (1982).

Impossibile non includere il debutto Sanremese di Vasco Rossi. Esattamente come è impossibile dimenticare l’involontario gioco di parole “Vasco è un ragazzo d’assalto, un ragazzo che si è fatto da solo” che gli riserva il presentatore Mike Bongiorno, con l’intenzione di farne le lodi durante un’ospitata del suo programma Superflash. Rimanendo in tema, la canzone sbeffeggia le critiche che i giornalisti gli rivolgono ed ovviamente non è esente da censura. testo originale:

“Vado in Messico , voglio andare a veder se come dice il droghiere, laggiù masticano tutte foglie intere”.

Testo modificato: “laggiù vanno tutti a gonfie vele”.

Sulla porta- Federico Salvatore (1996).

Un coraggiosissimo Federico Salvatore si presenta sul palco dell’Ariston trattando un tema decisamente tabù per gli anni novanta. Nella canzone , infatti, il comico napoletano canta la storia di un ragazzo omosessuale e del delicato momento in cui deve comunicare alla madre la sua decisione di andare a convivere con un uomo. Come già detto, si tratta di un argomento ancora ostico sia per i tempi in cui si tenta di affrontarlo sia per un palco come quello di Sanremo, al punto che la parola “omosessuale” viene censurata.

Testo originale:

“Sono un diverso, mamma, un omosessuale”
testo modificato:
“Sono diverso, mamma, e questo ti fa male”.

Una menzione d’onore, all’interno di questa lunga lista, la meritano le prossime due canzoni che sono state modificate per libera scelta degli stessi autori, a gara inoltrata.
Italia amore mio – Emanuele Filiberto, Pupo, Luca Canonici (2010).
Senz’altro una delle partecipazioni più chiacchierate della storia del festival è quella dell’improbabile trio composto da Pupo, Emanuele Filiberto e dal tenore Luca Canonici. Un’edizione in cui non si risparmiano fischi e forti contestazioni per tutta la durata della competizione canora, raggiungendo l’apice con il ben noto lancio degli spartiti da parte degli orchestrali, in segno di protesta per il posizionamento dei tre in classifica e l’ingiusta esclusione di altri artisti, quali Malika Ayane. Con il loro inno al Bel Paese, che risulta a tratti più macchiettistico che altro, si spingono ad un punto tale da cambiare una strofa per intitolarla alla nazionale di calcio italiana, in vista dei mondiali in Sudafrica di quell’anno. È la quarta serata, la serata dei duetti e sul palco compare anche Marcello Lippi, in quel momento commissario tecnico della nazionale: la strofa incriminata viene cantata e l’italico trio rischia la squalifica.
testo originale:
“Italia amore mio,
Terra di sogni e di esilio,
Con le ferite aperte,
ma con il cuore sempre vivo”

testo modificato:
“Italia amore mio,
Terra di sogni e di vittorie,
Con la maglia azzurra addosso
E la nazionale nel cuore”

Sincero – Bugo e Morgan (2020).
I due portano in gara un brano all’insegna del sarcasmo, in cui criticano la superficialità dei rapporti umani e tutto sembra scorrere senza intoppi per le prime serate. Galeotto fu quel testo cambiato da Morgan e presentato durante la quarta (ci risiamo) serata con l’intento di cogliere di sorpresa il collega, dopo varie tensioni scaturite dietro le quinte. È la goccia che non solo fa traboccare il vaso ma lo manda definitivamente in frantumi, tanto che Bugo reagisce prontamente abbandonando il teatro Ariston in diretta, lasciando interdetti conduttori, pubblico e lo stesso Morgan che, rimasto ormai solo sul palco e ignaro di star scrivendo la storia del trash sanremese, ci regala il tormentone dell’anno pronunciando il fatidico “Che succede?”.
testo originale:
Le buone intenzioni, l’educazione
La tua profilo, buongiorno e buonasera
E la gratitudine, le circostanze 
Bevi se vuoi ma fallo responsabilmente
Rimetti in ordine tutte le cose
Lavati i denti e non provare invidia
Non lamentarti che c’è sempre peggio
Ricorda che devi fare benzina”.
Testo modificato (come se avessimo potuto dimenticarlo):
“Le brutte intenzioni, la maleducazione
La tua brutta figura di ieri sera
E l’ingratitudine, la tua arroganza
Fai ciò che vuoi mettendo i piedi in testa
Certo il disordine è una forma d’arte ma tu sai solo coltivare invidia
Ringrazia il Cielo sei su questo palco
Rispetta chi ti ci ha portato dentro”.
Insomma, dopo questo delzioso catalogo di assurdità possiamo dire che anche se sarà difficile fare di meglio, o di peggio a seconda dei punti di vista, ci attende sicuramente un’edizione ricca di colpi di scena, perchè Sanremo è Sanremo.


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