CHI VOGLIAMO ESSERE DAVVERO?

Sarà che siamo riconosciuti come un popolo di lamentosi, criticoni e a volte anche sbruffoni, ma nell’arco di tempo che si è racchiuso tra sabato sera e domenica pomeriggio moltissimi sono stati posti di fronte a un’importante riflessione morale: chi siamo veramente noi? 

Siamo l’Alessandro Bastoni che esulta per aver causato un’espulsione inesistente? O siamo la Federica Brignone che fa scintillare il nostro tricolore in mondovisione? 

Quando la sera di San Valentino è andato in scena il derby d’Italia tante coppie innamorate sono state deliziate da una partita meravigliosa degna del nome delle due squadre, purtroppo macchiata gravemente da una decisione arbitrale (anzi due): al 42’ del primo tempo Bastoni decide di lasciarsi cadere nel vuoto fingendo un contatto col difensore della Juve Kalulu, il risultato? Doppio giallo per Kalulu, ammonito ingiustamente 10 minuti prima e Juventus che rimane in inferiorità numerica. Alle spalle di un Kalulu sotto shock si intravede un Bastoni che esulta come se avesse segnato. Il problema è tra i 26 uomini presenti in campo, gli unici che sanno davvero cosa è successo sono i due protagonisti dell’azione e vedere Bastoni, “un patrimonio della Nazionale” come è stato definito dal suo presidente, atteggiarsi in modo al limite dello squallido davanti agli occhi di tutti è stato uno spot poco carino per il gioco del calcio.

Sia chiaro, la colpa non può essere tutta dell’arbitro La Penna, forse inadatto per una designazione di questo livello, ma chi non ha avuto la sensazione che ci fosse il fallo in diretta? Il problema parte da un regolamento scritto con i piedi e con enormi vuoti che lasciano campo aperto alla fantasia interpretativa. Il VAR non può intervenire su un’ammonizione e va bene, ormai lo sappiamo tutti, ma è proprio da questi casi che nascono i cambiamenti repentini. Quando il 9 luglio 2006, più di 10 anni prima che arrivasse il VAR, Zidane tiro la famosa testata al petto di Materazzi senza che nessuno se ne accorgesse, qualcuno a bordo campo ebbe il coraggio di visionare il replay dell’accaduto di nascosto e avvisare l’arbitro Elizondo che Zidane in campo non ci poteva più stare. Fu il primo caso di moviola in campo prima dell’arrivo della moviola in campo. È in casi come questo, come il rosso inesistente per Kalulu, episodi che decidono una stagione, che bisognerebbe avere il coraggio di cambiare la direzione che sta prendendo questo gioco, anche a costo di violare lo stesso regolamento che crea tanta confusione.

E come se la situazione non fosse già abbastanza critica all’intervallo di Inter-Juve, Marotta e Chivu hanno ben pensato di peggiorare la situazione a livello comunicativo nelle conferenze post-partita: Marotta ci ha tenuto a rimarcare episodi passati che hanno favorito la Juve in un derby d’Italia del 2021 quando una simulazione netta di Cuadrado garantì un posto in Champions per la stagione successiva con annessi premi economici. Chivu d’altro canto, l’uomo tanto elogiato dalla stampa per il suo modo pacato e attento di rispondere alle infinite provocazioni lanciate dal collega Conte e dai numerosi casi arbitrali che hanno coinvolto direttamente o meno i nerazzurri, ha fatto cadere la maschera che teneva orgogliosamente ben esposta davanti alle telecamere. “Bastoni ha sentito un pugno, il fallo c’era” è probabilmente l’uscita più patetica che il tecnico rumeno potesse pronunciare in quel momento. 

 Ma perché fare un paragone con Federica Brignone? Perché mentre l’Italia calcistica ha passato la sera degli innamorati a tirarsi i capelli per l’ennesimo errore arbitrale, neanche 24 ore più tardi è arrivata una lezione di sport condita con sani valori e rispetto: quando alle 14:28 la Brignone ha dato il via al tris di medaglie che si sarebbe conseguito nei successivi 47 minuti, scene potenti in grado di congelare tutte le polemiche del giorno prima e della mattina seguente, le avversarie di Federica che alla fine della sua discesa da medaglia d’oro si sono inginocchiate di fronte a lei per congratularsi e mostrare tutto il rispetto che nutrono per la nuova leggenda consacrata dello sport italiano, per non parlare dell’argento nello snowboard e della storica medaglia d’oro di Lisa Vitozzi nel biathlon, imprese giganti che hanno permesso di superare il record di ori e medaglie delle Olimpiadi di Lillehammer.

Arrivate nel momento del bisogno, come una grossa cascata d’acqua che spegne un incendio indomabile, che però mette in serio dubbio la nostra identità sportiva come nazione, noi chi vogliamo essere davvero? Quelli che esultano per una scorrettezza o per aver raggiunto l’Olimpo attraverso il duro lavoro e la sana dedizione che sta distinguendo i nostri atleti olimpici?


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