Una serata che va oltre l’immaginazione comune, arbitraggio discutibile, diluvio universale, recuperi infiniti, risse, scontri tra tifosi e polizia e asciugamani rubati: scene di ordinaria follia nella finale della Coppa d’Africa 2026.
Un film dalle idee confuse, incapace di tenere una linea retta di significato, un grafico delle emozioni impazzito che zigzagava dall’alto al basso, per dare un’idea a chi domenica sera ha avuto altri programmi, questo è stato Marocco-Senegal: una partita godibile e molto equilibrata per 91 minuti, nessuno riusciva a capire da che parte avrebbe potuto pendere la bilancia del merito, ma nell’aria si stava formando pian piano una nube composta dalla sensazione generale dell’appassionato di calcio comune che prima o poi qualcosa di grosso sarebbe successo, spoiler: al minuto 92 ha inizio il regno del caos totale.
Il Senegal trova il gol a sorpresa su calcio d’angolo con Seck, ma l’arbitro Ndala Ngambo (ricordate bene questo nome) spegne subito gli entusiasmi e annulla il gol per una leggerissima spinta ai danni di Hakimi. Niente da fare, si resta ancora 0-0.
Passano tre giri d’orologio, il tempo di far arrivare una bufera biblica sui cieli di Rabat che su un calcio d’angolo del Marocco Brahim Diaz si sente leggermente abbracciato in area di rigore e decide di volare per terra. L’arbitro non vede nulla, l’azione prosegue e Brahim crossa la palla fuori e richiama l’attenzione del direttore di gara per la trattenuta di prima. Viene richiamato al VAR tra lo stupore dei senegalesi e lo scenario che si era è il seguente: il signor Ngambo va a rivedere il contatto al monitor, ma nel frattempo alle sue spalle accade di tutto, spintoni, risse e un cordone umano di sicurezza creato attorno all’arbitro per permettergli la revisione. Passano due minuti, Ngambo prende coraggio e annuncia il rigore e qui succede l’inaspettato: il CT del Senegal Pape Thiaw invita i suoi giocatori ad abbandonare il campo per protesta e il suo invito è un successo. Da qui nasce un tira e molla e un entra ed esci di giocatori e componenti dello staff della nazionale senegalese che dura un po’ di minuti e che vede come conclusione il campo occupato solo da terna arbitrale, giocatori del Marocco e un solo giocatore del Senegal.
Esatto, Sadio Mané si è rifiutato di seguire gli ordini del suo allenatore e quasi con vergogna e disdegno, come ammetterà lui stesso nel post-partita, cerca di convincere i suoi compagni a tornare in campo e continuare a giocarsela. L’idea di Mané è che le ingiustizie capitano a tutti, ma non per questo bisogna mollare tutto e abbandonare il campo in mondovisione durante una finale di Coppa d’Africa. Nasce così un nuovo tira e molla, con giocatori del Senegal che entrano ed escono dal campo come se fosse la metropolitana di Milano in un qualsiasi lunedì lavorativo, ma alla fine è la compostezza e determinazione di Mané ad avere la meglio sull’isteria di Thiaw: – si torna in campo e si gioca, poi vediamo come va -.
Quindi calma leggermente ristabilita, tutti in campo, si calcia il rigore. Si presenta Brahim Diaz, il capocannoniere della competizione. Il cronometro segna 90’ + 24’ e no, non siamo ai tempi supplementari, Brahim inizia la sua rincorsa e durante quell’eterna corsetta per calciare il pallone probabilmente l’ex Milan si vede tutta la vita passargli davanti e decide così di prendere la peggior decisione che potesse prendere in quel momento: cucchiaio, accolto come un neonato tra le braccia del portiere, triplice fischio, si va ai supplementari, il Senegal è ancora vivo, la coscienza di Brahim Diaz un po’ meno.
115 minuti di tempo regolamentare, al netto di drammi e crisi isteriche, non sono bastati per determinare un vincitore, al via quindi con i supplementari. Non c’è molto da attendere prima di essere travolti da una nuova ondata di emozioni, al 94’ Pape Gueye tira una cannonata dal limite dell’area e insacca appena sotto alla traversa, è delirio nel lato senegalese del Moulay Abdellah.
Nel mentre che va in scena la resistenza senegalese dagli attacchi marocchini, intorno al campo succedono delle cose poco piacevoli, la polizia si scontra con i sostenitori degli “ospiti”, qualcuno scavalca anche la balaustra e finisce al bordo del campo. In contemporanea avviene una cosa alquanto insolita: il secondo portiere del Senegal si è visto costretto a posizionarsi dietro la porta della sua squadra per tutta la partita per proteggere l’asciugamano di Mendy che utilizzava per asciugare i guanti dalla pioggia, dai tentativi dei raccattapalle e dei giocatori del Marocco di rubarlo. I motivi ad oggi rimangono ancora un mistero, qualcuno ipotizza che ci fossero gli appunti sugli eventuali rigoristi, altri addirittura, specialmente dalla parte del Marocco, hanno pensato alla “magia nera” nascosta dentro un asciugamano.
Insomma, scene di ordinaria follia in quel di Rabat, che hanno portato alla conclusione della finale con un sorprendente 1-0 per il Senegal, sotto un diluvio copioso e con 70.000 marocchini che rendevano lo stadio un vero girone dell’inferno. Qualcuno direbbe che dietro il copione del match ci sia la mano di James Cameron, con colpi di scena che sono proseguiti anche dopo il fischio finale, dalle lacrime infinite di Brahim per il suo errore, alla conferenza stampa del CT Thiaw boicottata dai giornalisti di casa che hanno abbandonato in massa la sala stampa.


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