Il Delitto di Novi Ligure: Quando l’Innocenza Uccide

La notte del 21 febbraio 2001 è ricordata da molti, ma non con serenità. Fu una notte di terrore in via don Beniamino Dacatra, 12, a Novi Ligure. Una ragazzina, sporca di sangue e in lacrime, fu trovata fuori dalla sua casa. Dichiarò di essere sopravvissuta a una rapina finita in tragedia: sua madre e il fratellino erano stati uccisi.

La scena che si presentò ai carabinieri e ai RIS era raccapricciante, ma qualcosa non li convinse. I racconti della ragazza erano confusi e le circostanze sembravano contraddire la versione fornita.

L’adolescenza è spesso un periodo di conflitti, ma per Erika De Nardo, 16 anni, era un vero e proprio inferno, almeno secondo la sua percezione. Le regole imposte dalla madre, preoccupata per le sue frequentazioni, la facevano sentire oppressa. In Omar Favaro, il suo fidanzato diciasettenne, trovò un complice ideale per mettere in atto un piano sconvolgente: eliminare chi rappresentava un ostacolo alla sua libertà.

Gli investigatori, in un primo momento, presero sul serio la versione dei fatti fornita dalla ragazza. Tuttavia, emersero incongruenze che misero in dubbio la sua testimonianza. Non c’erano segni di scasso, nessuna porta o finestra forzata: l’assassino doveva essere entrato in casa senza difficoltà. Erika appariva insolitamente fredda e distaccata, ben lontana dal comportamento che ci si aspetterebbe da chi ha appena assistito al massacro della propria famiglia. Un altro elemento cruciale fu l’assenza di furto: soldi, gioielli e oggetti di valore erano intatti. Perché i ladri avrebbero ucciso mamma e figlio senza sottrarre nulla? Agli interrogatori Erika fornì diverse volte delle versioni discordanti. Anche Omar rivelò dettagli che non avrebbe potuto conoscere se non fosse stato coinvolto.

la svolta arrivò quando i due furono lasciati soli in un corridoio del commissariato, sotto osservazione. Convinti di non essere ascoltati, iniziarono a rievocare il massacro, mimando gesti e imitando le voci delle vittime che li supplicavano di fermarsi. Le prove erano schiaccianti. Sottoposti a interrogatori serrati e separati, crollarono e confessarono il delitto che avevano pianificato nei minimi dettagli.

Il caso generò un’ondata di sgomento e indignazione in tutto il Paese. L’idea che due adolescenti apparentemente normali si erano macchiati di un crimine così efferato scioccò l’opinione pubblica e aprì un acceso dibattito sulla devianza giovanile, il ruolo della famiglia e l’influenza dei media.

Erika e Omar furono condannati rispettivamente a 16 e 14 anni di carcere. Le sentenze furono accolte con reazioni contrastanti: per alcuni erano troppo lievi, per altri adeguate all’età degli imputati.

Oggi entrambi hanno scontato la pena e conducono vite lontane dai riflettori. Omar ha cercato di ricostruire la sua esistenza, mentre Erika ha mantenuto un profilo riservato. Nonostante il tempo trascorso, il caso di Novi Ligure resta un simbolo inquietante della crudeltà umana, anche tra i più giovani.


Commenti

Lascia un commento