Chi non ha mai scherzato dicendo: “È stato il mio alter ego!” per giustificare un comportamento? Ma cosa succederebbe se questa non fosse solo una battuta, bensì la realtà? Oggi parleremo di William Stanley Milligan, noto come Billy, protagonista di uno dei casi più controversi della criminologia e della psichiatria forense.
La sua infanzia fu estremamente travagliata. Il padre biologico, dipendente dall’alcol e dal gioco d’azzardo, trascorreva poco tempo a casa poiché, in segreto, aveva un’altra famiglia frutto di un precedente matrimonio. Questo lo portò a sviluppare una grave depressione, culminata tragicamente in suicidio. Nel frattempo, la madre di Billy si risposò più volte con uomini discutibili, l’ultimo dei quali, Chalmer Milligan, adottò lui e i suoi fratelli, trasmettendo loro il proprio cognome. La loro vita si rivelò un incubo, in particolare per Billy, che fu vittima di abusi. Un’esperienza che segnò profondamente la sua vita, innescando comportamenti autodistruttivi.
Per sfuggire al dolore e al disagio psicologico, sviluppò meccanismi di difesa basati sulla dissociazione. Creò identità alternative, ciascuna con una propria funzione, per gestire il carico emotivo. Fin da giovane, manifestò le prime: Christine, una bambina dislessica di tre anni, e Sean, un bambino sordo di quattro. Con il tempo, il numero crebbe, formando un sistema complesso di “alter” con caratteristiche ben distinte.
La sua vicenda è stata raccontata dettagliatamene nel libro “Una stanza piena di gente”, scritto da Daniel Keyes in collaborazione con lo stesso Milligan e le sue molteplici identità.
Queste erano diverse tra loro, ognuna con una propria storia personale e, cosa più sconcertante, accenti e lingue differenti (una parlava perfettamente serbo-croato, per esempio).
Billy iniziò a sospettare che qualcosa non andasse a causa di improvvisi blackout. Un esempio emblematico si verificò quando gli insegnanti chiamarono la madre da scuola per farlo portare a casa a causa di un comportamento ambiguo. Una volta a letto, “si risvegliò” nel panico, incapace di ricordare come fosse arrivato lì. Ricordava solo di essere a scuola fino a un attimo prima. I medici parlarono di amnesie, ma la verità era molto più complessa.
Disperato per la sua condizione, tentò di togliersi la vita lanciandosi dal tetto di un edificio. Tuttavia, una delle sue personalità, Ragen, intervenne impedendoglielo. Da quel momento, le altre decisero che Billy sarebbe rimasto “dormiente” e che sarebbero state loro a gestire la sua esistenza, alternandosi in base alle situazioni.
Durante l’adolescenza e la prima età adulta, ebbe numerosi problemi con la legge. Fu espulso da scuola, non riuscì a completare un breve arruolamento in Marina e cadde nel tunnel della criminalità e della tossicodipendenza. Nel 1972 venne arrestato per rapine e furti, ma il crimine che lo rese noto avvenne nel 1977, quando fu accusato di aver stuprato diverse studentesse dell’Ohio State University.
Le aggressioni presentavano elementi insoliti: le vittime venivano minacciate, derubate e violentate, e alcune riferirono che l’ aggressore sembrava mutare atteggiamento. Gli investigatori lo identificarono attraverso le impronte digitali e il riconoscimento delle vittime, ma gli avvocati notarono il suo comportamento incoerente e richiesero una perizia psichiatrica.
Gli esami rivelarono un grave disturbo dissociativo dell’identità. Gli atti di violenza erano attribuiti ad Adelana e Ragen (due delle sue personalità), mentre lui, “dormiente”, non aveva consapevolezza delle loro azioni. Per la prima volta nella storia giudiziaria statunitense, la difesa basò il proprio caso su questa diagnosi, e il giudice Jay C. Flowers lo dichiarò non colpevole per infermità mentale, ordinandone il ricovero in un ospedale psichiatrico.
Nel corso degli anni, gli psichiatri individuarono ben 24 alter ego nella sua mente. L’ultima, “Il Professore”, si considerava la sintesi di tutte le altre. Nonostante i progressi terapeutici, Milligan continuò ad avere problemi con la giustizia. Nel 1986 riuscì a fuggire dall’ospedale psichiatrico e rimase latitante per quattro mesi. Alcuni sospettano che durante quel periodo possa aver commesso nuovi crimini, tra cui due omicidi mai risolti.
La notorietà mediatica rese impossibile il suo reinserimento nella società. Guadagnò denaro vendendo i diritti della sua storia e attraverso le sue opere d’arte, ma alla fine dichiarò bancarotta, dovendo risarcire lo Stato per le cure ricevute. Negli anni fece dichiarazioni ambigue: in alcune occasioni affermò di essere consapevole che, grazie alla sua diagnosi, non sarebbe mai stato condannato e insinuò che la polizia non fosse abbastanza competente da collegarlo a ulteriori crimini.
Milligan morì nel 2014, all’età di 59 anni, a causa di un sarcoma aggressivo.
Il suo caso continua a dividere l’opinione pubblica. Da un lato, rappresenta un esempio eclatante di disturbo dissociativo dell’identità e di come i traumi infantili possano influenzare lo sviluppo psicologico; dall’altro, alcuni credono che fosse un abile manipolatore che sfruttò la sua condizione per evitare la prigione.
La verità, probabilmente, non la sapremo mai. Ma la sua storia rimane una delle più straordinarie e inquietanti della criminologia moderna.
Da questa vicenda sono stati tratti diversi film, serie tv e docuserie:
- Split (2016): la sceneggiatura è basata su un soggetto liberamente ispirato alla figura di Billy Milligan
- The Crowed Room (2023): anche se il protagonista ha un nome diverso, la trama riprende molti elementi del caso reale.
- Monster: The Mystery of Billy Milligan (2021): docuserie Netflix che racconta la sua vita tramite interviste, filmati d’archivio e testimonianze.


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