La morte di Luigi Tenco, avvenuta nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967 a Sanremo, è uno degli eventi più
tragici e controversi della storia della musica italiana. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto profondo nel
mondo della canzone d’autore e ha generato numerose domande, teorie e speculazioni che, a distanza di
decenni, continuano a suscitare dibattiti e riflessioni.
Luigi Tenco partecipò al Festival di Sanremo del 1967 con la canzone “Ciao amore, ciao”, un brano che aveva
scritto e interpretato con grande passione. La canzone, caratterizzata da un testo poetico e malinconico, era
un inno alla libertà e all’amore, ma anche una critica velata alla società dell’epoca. Tenco credeva
fermamente nel valore artistico della sua opera e vedeva Sanremo come un’opportunità per portare un
messaggio autentico e profondo al grande pubblico.
Luigi Tenco giunse a Sanremo il pomeriggio del 23 gennaio 1967. Nei giorni successivi, alle domande dei
giornalisti lo stesso Tenco si disse convinto della sua vittoria a Sanremo grazie all’abbinamento con Dalida, in
quel momento star internazionale.
Tuttavia, la serata della finale, il 26 gennaio, si rivelò un disastro per Tenco. Secondo le testimonianze di chi
era al Festival, Tenco appariva poco lucido. Si scoprirà successivamente che per superare l’ansia del
pubblico, Tenco aveva utilizzato alcol e Pronox. L’esibizione di Tenco ebbe luogo a fine serata, prima di
mezzanotte, quest’ultima fu segnata da un’interpretazione vuota dell’artista, sguardo assente e privo di
animo, quasi come se non sentisse suo il proprio brano, la giuria non apprezzò questa performance, e “Ciao
amore, ciao” fu eliminata dalla competizione, ricevendo solo 38 voti su 900. Questo risultato fu un duro
colpo per Tenco, che aveva investito molto, sia emotivamente che artisticamente, nella sua partecipazione
al festival.
Dopo l’eliminazione, Tenco si ritirò nella sua camera d’albergo, l’Hotel Savoy, insieme alla cantante Dalida.
I testimoni dell’epoca raccontano che Tenco appariva profondamente turbato e deluso. Secondo alcune
versioni, avrebbe espresso sentimenti di rabbia e frustrazione verso il sistema musicale, che considerava
superficiale e commerciale. Altre fonti riportano che avrebbe parlato di un “tradimento” da parte della
giuria e dell’industria discografica.
Quella stessa notte, Tenco accompagnò Dalida in un ristorante per partecipare a una cena organizzata dai
componenti della RCA, la casa discografica del cantautore ligure, il quale aveva rifiutato l’invito per tornare
da solo in albergo. Una volta giunto nella sua stanza d’albergo, Tenco telefonò quella che si ipotizzasse
essere la sua amante, una certa Valeria che alle domande degli inquirenti riferirà poi che la chiacchierata
con il cantautore è durata poco meno di mezz’ora e di averlo sentito sereno e tranquillo. Verso le 02:10 del
mattino venne trovato morto all’interno della stanza 219 dell’hotel Savoy. Secondo la polizia, avvisata alle
ore 2:45, fu la cantante Dalida, a trovare il cadavere. Secondo altre ricostruzioni, invece, il corpo di Tenco
sarebbe stato rinvenuto dall’amico e cantante Lucio Dalla che alloggiava nella stanza accanto.
All’interno della stanza, Tenco fu trovato esanime ai piedi del letto con un colpo di pistola alla tempia e
l’arma del delitto sotto una gamba. Accanto a lui c’era un biglietto, scritto a mano, che recitava: “Io ho
voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché
sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in
finale e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Luigi”.
Il riferimento a “Io tu e le rose” e “La rivoluzione” era chiaro: Tenco criticava la scelta della giuria, che aveva
preferito canzoni più leggere e commerciali rispetto alla sua opera, che considerava più profonda e
significativa. Ancora oggi, le persone che lo conoscevano meglio come artisti, amici stretti e parenti,
considerano quella lettera un falso, poiché il modo di scrivere e di esprimere i propri pensieri, non
combaciano con quello che era il suo stile “letterale”.
La versione ufficiale della polizia fu quella del suicidio, ma fin da subito emersero dubbi e teorie alternative.
Alcuni sostennero che Tenco non avesse mai mostrato segni di depressione tali da giustificare un gesto così
estremo. Altri ipotizzarono che la sua morte potesse essere stata un omicidio, legato alle sue idee politiche
progressiste o a presunti intrighi dell’industria musicale.
Tra le teorie più suggestive c’è quella che vede Tenco vittima di un complotto orchestrato da ambienti legati
alla mafia o ai servizi segreti, che avrebbero voluto eliminare un artista scomodo e impegnato
politicamente. Infatti la sera del 26 Gennaio, poco prima dell’esibizione, Tenco ebbe una breve
conversazione col suo produttore Paolo Dossena nella quale ci fu il seguente scambio di parole:
«Sei così amico da metterti fra me e il whisky, ma saresti così amico da metterti fra me e la pallottola di un
mio nemico?».
A quella frase Dossena non diede troppa importanza, Gli verranno in mente anche altre frasi dell’amico,
quando Dossena scoprirà l’esistenza di una pistola nell’auto che Luigi Tenco gli aveva chiesto di portare da
Roma a Sanremo. Infatti Luigi Tenco era arrivato a Sanremo in treno da Genova e aveva chiesto a Dossena di
arrivare in Liguria con la sua automobile: l’amico nel viaggio venne fermato dai Carabinieri e cercando i
documenti si era ritrovato l’arma tra le mani, non notata dalle Forze dell’ordine. Tenco si era scusato
aggiungendo di avere una pistola «perché hanno già cercato di uccidermi due volte. L’ultima è stata poche
settimane fa a Santa Margherita Ligure. Ma non chiedermi chi ce l’abbia con me, non ne ho idea». Perciò
aveva acquistato una pistola per autodifesa.
Tuttavia, nonostante le numerose indagini e inchieste, nessuna prova concreta è mai emersa per sostenere
questa tesi.
La morte di Luigi Tenco ebbe un effetto dirompente sulla società italiana dell’epoca. Il suo gesto fu
interpretato come una protesta contro la superficialità e il conformismo del mondo dello spettacolo, e la sua
figura divenne un simbolo di ribellione e autenticità. Molti artisti, tra cui Fabrizio De André, Francesco
Guccini e Giorgio Gaber, hanno riconosciuto l’influenza di Tenco sulla loro musica e sul loro modo di
concepire l’arte.
Anche Dalida, profondamente segnata dalla tragedia, dedicò molte delle sue canzoni successive alla
memoria di Tenco, contribuendo a mantenerne viva l’eredità.
La morte di Luigi Tenco rimane un mistero irrisolto, un evento che continua a suscitare domande e
riflessioni. Che si tratti di un suicidio dettato dalla disperazione o di un omicidio mascherato, ciò che è certo
è che Tenco ha lasciato un’eredità artistica e culturale di inestimabile valore. La sua musica, i suoi testi e la
sua figura rappresentano un monito contro l’omologazione e una celebrazione della libertà creativa. Luigi
Tenco, con la sua voce e la sua storia, rimane un faro per chi crede nel potere dell’arte come strumento di
verità e cambiamento.


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