Dove la scienza non arriva: la dignità della persona come condizione e obiettivo

Semplificare l’ampia questione sul progresso a una processo di crescita incontaminata significherebbe arrendersi a un’ idea di evoluzionismo che dimentica le dinamiche sociali.
Il ricordo fumoso del passato, il dolore del presente e la paura sul futuro ci portano, ancora oggi, a inclinare il nostro interesse verso un’interrogazione spinosa, se non per la facilità teorica con la quale può essere risolta, per la difficoltà pratica che le è propria e che fa sì che sia oggetto, ancora oggi, di un dibattito particolarmente vivace: la moralità della scienza. E, se negli ultimi anni, l’oggetto prevalente di discussione è rappresentato dall’Intelligenza Artificiale, nella Giornata dedicata alle Vittime dell’Olocausto, è doveroso spostare il focus sulle tragiche conseguenze del progresso scientifico in contesti di guerra.

In questo, la figura di Fritz Haber sintetizza la riflessione sulla dicotomia bene – male proposta da Socrate: il bene è associato alla conoscenza, alla cultura, alla sapienza; il male all’ignoranza e all’assenza di principi etici.

Nato nel 1868 a Breslavia (nell’odierna Polonia), da famiglia ebrea, Fritz Haber conseguì la laurea in chimica nel 1891 e, dopo solo tre anni, ottenuta la carica di assistente al Politecnico di Karlsruhe, si preparava ad una folgorante carriera.
Nel 1909 la scoperta che cambierà la sorti del mondo: la sintesi dell’ammoniaca. Per comprendere la portata di questo successo rivoluzionario, bisogna inquadrarlo nel contesto storico del tempo. L’Ottocento era stato interessato da un’esplosione demografica a livello mondiale, scatenendo così la preoccupazione generale rispetto alle sorti dell’umanità. Bisognava cercare di fissare chimicamente l’azoto, in grado di far crescere le piante, pena l’avanzare dell’ipotesi, sempre più concreta, di una carestia che avrebbe decimato la popolazione. Grazie al processo Haber-Bosch, che prevedeva la reazione dell’azoto dell’aria con l’ossigeno ad alta pressione e a una temperatura di diverse centinaia di gradi, il luminare della chimica Haber e l’ingegnere Karl Bosch riuscirono a sintetizzare l’ammoniaca.

Tuttavia, con lo scoppio della prima guerra mondiale, la stessa scoperta che aveva rappresentato la salvezza per l’umanità, ne diventerà la condanna a morte. Difatti, Haber, spinto dall’entusiasmo per il successo, che l’aveva consacrato agli occhi di tutta comunità scientifica, e incoraggiato da uno spiccato spirito patriottistico, inclinò il suo genio al male. Per rispondere ad una prima penuria di salnitro, elemento di base della polvere da sparo, riuscì ad ottenere acido nitrico, la base degli esplosivi. Ma, la situazione di stallo delle truppe tedesche e degli alleati, convinse Haber a concentrare i suoi sforzi per la creazione di armi chimiche, nel tentativo di regalare la vittoria al Reich. Il 22 aprile 1915, sul fronte delle Fiandre, venne lanciato il primo attacco chimico della storia moderna. Negli anni successivi, l’impiego sistematico e su larga scala di fosgene, cloropicrina, arsenico e iprite, provocò la morte di circa 80 mila persone. Neanche l’indignazione generale per la consegna del premio Nobel per la chimica, nel 1920, ridimensionò la sua idea rispetto alle armi chimiche, da lui definite le armi del futuro. Continuò a lavorare sui gas chimici e, limitato dal Trattato di Versailles, decise di condividere il frutto del suo lavoro, clandestinamente, con altri Paesi.

Da eroe di una patria, forse dell’umanità intera, divenne bersaglio dell’odio razziale. Erano gli anni dell’ascesa del nazismo e le sue origini ebree, combinate alle distruttive applicazioni del suo genio scientifico, prevalsero sul lontano ricordo di una scoperta salvifica. Morto improvvisamente nel 1934, scampò alla persecuzione nazista. Ma le morti nelle camere a gas dei campi di sterminio, così come quelle di tutti coloro che sono stati vittime delle armi chimiche, portano il segno del suo lavoro.

Se historia magistra vitae, sembra necessario, quanto mai impellente, interrogarsi sul limite che separa il progresso dalla distruzione. Condizione necessaria per rispettare il limite della scienza, è riconoscere la responsabilità etica che deve guidare la comunità scientifica nel percorso verso il progresso. Solo così si potrà ricercare una promozione umana integrale, dove la dignità della persona si rivela, al tempo stesso, condizione e obiettivo.


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