Nel 1975, la regione dell’Indocina si trovava al centro di due eventi storici di portata mondiale. Il primo fu la ritirata definitiva delle truppe occidentali, tra cui quelle francesi e statunitensi, che per più di vent’anni avevano combattuto in Vietnam e Cambogia nel tentativo di fermare, secondo la loro visione, l’avanzata del comunismo. La seconda grande rivoluzione si verificò il 17 aprile 1975, quando le truppe cambogiane dei Khmer rossi, un movimento comunista guidato da Pol Pot (al secolo Saloth Sar), conquistarono la capitale Phnom Penh, rovesciando il governo filoamericano di Lon Nol, che si era instaurato nel 1970.
La Cambogia entrò in una nuova era con la fondazione della Repubblica Democratica di Kampuchea, sotto la guida assoluta di Pol Pot. Il regime durò dal 1975 al 1979, e in questo periodo la Cambogia fu ribattezzata con un nome che rispecchiava l’intenzione di Pol Pot di creare uno stato nuovo, “puro” e totalmente separato dalle influenze occidentali. L’obiettivo del regime non era tanto la ricostruzione del paese, quanto la creazione di una società comunista basata su un’ideologia agrariana, lontana dal pensiero occidentale. In nome di questa rivoluzione, Pol Pot portò avanti una serie di epurazioni spietate, eliminando chiunque fosse considerato un nemico del regime. Si stima che le vittime di queste purghe siano state tra 1,3 e 3 milioni, ovvero circa il 25% della popolazione cambogiana.
Per comprendere le motivazioni ideologiche che stavano alla base di questo sterminio, è necessario analizzare la figura di Pol Pot. Nato nel 1925 nel villaggio rurale di Prek Sbauv, Pol Pot ebbe l’opportunità di studiare grazie a una borsa di studio che gli permise di frequentare le scuole migliori del paese. Nel 1949 si trasferì a Parigi, quando la Cambogia era ancora una colonia francese. Il soggiorno a Parigi fu determinante, non tanto per la sua formazione accademica, che non diede grandi risultati, quanto per la sua adesione al marxismo-leninismo. Nella capitale francese, Pol Pot entrò in contatto con i circoli comunisti khmer e sposò con convinzione le idee di Karl Marx e Mao Zedong.
Tornato in Cambogia nel 1953, assistette all’ascesa del re Norodom Sihanouk, che riuscì a ottenere l’indipendenza dalla Francia e a instaurare una monarchia che si professava democratica. Durante questo periodo, Pol Pot fondò il Partito Comunista di Kampuchea. Nel 1970, tuttavia, il regno di Sihanouk fu rovesciato da un colpo di stato filo-americano e anticomunista, che non godette mai di un ampio sostegno popolare, facilitando così la diffusione di ideali comunisti, anche grazie al rifugio che i Viet Cong trovarono in Cambogia per sfuggire alle forze americane.
Questi eventi crearono il terreno fertile per l’ascesa al potere dei Khmer rossi. Dopo l’insurrezione del 1975, Pol Pot consolidò il suo potere e nel 1976 diede avvio alla dittatura, iniziando le epurazioni di massa. Lo sterminio, tuttavia, non fu il piano di un solo uomo. Così come per la “Soluzione finale” del regime nazista, Pol Pot si avvaleva di un gruppo ristretto di fedelissimi, tra cui Ieng Sary, Son Sen, Hou Youn, Hu Nim, Khieu Samphan e Duch, che lo supportarono nell’attuazione del genocidio.
Il regime dei Khmer rossi si fondava su un’ideologia che poneva il “potere contadino” al centro della sua visione della società. Chiunque fosse considerato un intellettuale, un “nemico del popolo”, veniva perseguitato. Tra questi, i sostenitori del vecchio governo, i funzionari, i medici, gli insegnanti e persino coloro che indossavano occhiali o avevano le mani troppo pulite, simbolo di un lavoro intellettuale e non fisico. Le vittime venivano deportate nei terribili campi di prigionia, come il noto campo S-21, dove venivano torturate e costrette a subire trattamenti disumani, con la morte come destino certo.
Ma il regime non risparmiò neppure le minoranze religiose. Cattolici, musulmani e buddisti furono perseguitati, e un altro dramma fu l’uso dei bambini soldato, che venivano arruolati per alimentare la macchina della morte del regime.
Il terrore di Pol Pot terminò nel 1979, quando la Cambogia fu invasa dal Vietnam, che da tempo subiva attacchi da parte delle forze dei Khmer rossi. Pol Pot si rifugiò in Thailandia, dove tentò invano di riottenere il potere. Negli anni ’90, ritornato in Cambogia, fu catturato dai suoi vecchi alleati e morì, forse di cause naturali, forse per mano delle sue stesse milizie. Solo nel 2006 i responsabili del genocidio furono incriminati da un tribunale appositamente creato.
Questa storia, che per lungo tempo è stata tenuta nascosta, rappresenta un triste capitolo della storia umana, dimostrando come la brutalità e l’intolleranza possano spingersi oltre ogni comprensione razionale.


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