“Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia.” Queste furono le parole di cordoglio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella espresse nel 2015, in occasione del Giorno del Ricordo, per il genocidio, per lungo tempo dimenticato, delle foibe.
Il genocidio delle foibe si consumò tra la fine del 1943 e il 1947, nei territori del nord-est dell’Adriatico, che separano l’Italia da quella che fu la Jugoslavia. Le tensioni tra i popoli latini e slavi risalgono a secoli precedenti: già nel 476 d.C., con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si iniziarono a formare contrasti tra le due etnie. Queste frizioni continuarono per tutto l’Ottocento e culminarono in una lunga scia di sangue nel Novecento.
I contrasti che segnarono il XX secolo affondano le radici nei trattati di Versailles del 1919, che posero fine alla Prima Guerra Mondiale e ridisegnarono i confini europei, assegnando i territori tra l’Italia e la Jugoslavia a diverse potenze. In particolare, l’Italia ottenne Trieste, mentre con i trattati di Rapallo del 1920 acquisì anche i territori istriani. Queste divisioni provocarono malcontento in Jugoslavia, creando un clima di instabilità che sarebbe esploso negli anni successivi.
Il genocidio delle foibe si sviluppò in due fasi. La prima iniziò l’8 settembre 1943, quando l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati, consentendo alle truppe tedesche di occupare il nord Italia e permettendo a Benito Mussolini di formare un governo fantoccio a Salò, noto come la Repubblica Sociale Italiana. Questo lasciò la Venezia Giulia e l’Istria vulnerabili e, in breve tempo, i partigiani slavi, mossi da un forte sentimento di rivendicazione territoriale, penetrarono in queste zone. La prima fase dell’epurazione da parte dei partigiani jugoslavi colpì la popolazione italiana, indipendentemente dall’appartenenza al partito fascista. I prigionieri italiani vennero condotti a Pisino, centro nevralgico della resistenza slava, e da lì spesso trasferiti in luoghi isolati dove venivano uccisi e gettati nelle foibe, grandi cavità carsiche tipiche della regione del Friuli Venezia Giulia e dell’Istria. Le stime delle vittime variano tra le 600 e le 700 persone.
La seconda fase del genocidio avvenne nel 1945, con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Le truppe jugoslave, comandate dal generale Josip Broz, noto come Tito, poterono entrare nel nord Italia, dove furono accolte inizialmente come “truppe liberatrici”. Tuttavia, l’epurazione proseguì, estendendosi a numerosi cittadini italiani, anche quelli lontani dal fascismo. Le violenze commesse dalle truppe comuniste titine furono estreme, e molti italiani furono infoibati. In alcuni casi, venivano gettati nelle foibe anche animali, come cani neri, in base a una credenza che voleva il latrato del cane togliesse la pace eterna ai morti. Le violenze continuarono fino al 1947, concludendosi ufficialmente il 10 febbraio di quell’anno, con la firma del trattato di pace di Parigi. In seguito agli accordi, l’Italia cedette all Jugoslavia territori come l’Istria, Fiume, Zara, la Dalmazia e le isole del Quarnaro, e migliaia di italiani si trovarono privati della cittadinanza, costretti a diventare apolidi e a fuggire verso l’Italia. Questo esodo, che ufficialmente iniziò nel 1943 ma si intensificò dopo il 1947, venne definito “Esodo Giuliano-Dalmata”. Il numero degli esuli è stimato tra le 250.000 e le 350.000 persone.
Uno degli episodi simbolici dell’esodo fu “il treno della vergogna”. Il 16 febbraio 1947, un treno partì dalla città di Pola (oggi in Croazia) direzione La Spezia, con a bordo migliaia di esuli. Durante il viaggio, i rifugiati subirono violenze verbali e fisiche, in particolare nelle stazioni di Ancona e sopratutto di Bologna, ad opera di gruppi politici della sinistra comunista.
Per decenni, la tragedia delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata furono oscurati da una “damnatio memoriae” tanto da parte di alcuni gruppi politici di sinistra quanto da una fetta significativa della popolazione. Nel Marzo del 2004, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi istituì il Giorno del Ricordo, scegliendo come data simbolica il 10 febbraio. Questo giorno intende mantenere viva la memoria di queste atrocità, affinché le vittime non siano dimenticate.
Purtroppo, anche dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo, non sono mancati atti di vandalismo contro i monumenti e le commemorazioni di questi eventi. Un esempio di questo disprezzo è stato il vile attacco alla targa in memoria di Norma Cossetto, vittima simbolo di questa tragica storia, che è stata vandalizzata nel settembre 2024.
Ricordare questa tragedia è un dovere per tutti. La memoria storica non deve essere manipolata o usata per creare divisioni politiche. È un dovere di tutti, italiani e non, onorare la sofferenza e le perdite di chi è stato costretto a vivere un esodo forzato e a subire le atrocità delle foibe, affinché simili tragedie non si ripetano mai più.


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