Il genocidio dimenticato

Di fronte agli occhi indifferenti della comunità internazionale si consumava in Africa l’evento più vergognoso dai tempi dell’Olocausto: il genocidio ruandese. Il Ruanda è una nazione dalle dimensioni modeste collocata nell’Africa orientale. Questo luogo è stato teatro di una orrenda carneficina: dal 7 aprile al 17 luglio 1994 sono state uccise circa 1 milione di persone. In media, un omicidio ogni 10 secondi. In appena 100 giorni è stato ucciso quasi lo stesso numero di persone che i nazisti avrebbero ucciso in un anno. Machete e mazze chiodate le armi principali. Si è parlato di massacri di prossimità per indicare che le morti vennero servite direttamente nelle case di ciascuna delle vittime, guardandole negli occhi nello stesso istante in cui le si uccideva ferocemente. Ma come è nato questo piacere sfrenato di sporcarsi le mani del sangue di così tante persone?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare indietro nel tempo. Il regno di Ruanda in epoca precoloniale era organizzato in diverse classi socioeconomiche. Le principali erano gli Hutu e i Tutsi. I primi erano la maggioranza della popolazione, erano agricoltori di umile estrazione ed erano generalmente di carnagione scura e di media altezza; i secondi invece erano una minoranza più agiata che doveva il suo status sociale all’allevamento e che mediamente era di carnagione più chiara e dotata di una certa altezza (Edoardo Vianello richiamava loro quando cantava “I Watussi”). Successivamente il regno cadde nell’influenza dell’impero coloniale tedesco, il quale dovette poi cederlo al Belgio dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale. Per amministrare il nuovo territorio i belgi scelsero di appoggiarsi alla struttura sociale preesistente elevando al grado di classe dirigente i Tutsi. Questa decisione ha reso artificialmente politica una semplice differenza economica e ha avuto conseguenze enormi e spaventose. Due gruppi di persone che avevano vissuto pacificamente fianco a fianco per secoli si trovarono, dall’oggi al domani, a essere contrapposte. I Tutsi approfondirono le distanze create dai belgi attuando delle politiche che prevedevano lo sfruttamento dei loro connazionali Hutu. Ecco quindi che due gruppi facenti parte dello stesso popolo hanno cominciato a riconoscersi come due etnie distinte e, soprattutto, rivali. Perciò, non ci deve sorprendere che gli Hutu abbiano sviluppato un forte rancore verso i Tutsi e un altrettanto forte desiderio di vendetta.

Con il passare del tempo arriva l’indipendenza per il Ruanda, ma il potere era passato agli Hutu. E così, alla volontà di eliminare i propri rivali si aggiunsero i mezzi per poterlo fare: il Ruanda era una polveriera pronta ad esplodere.

Tra vari tentativi di epurazione etnica passarono i decenni e si arrivò al terribile incidente del 6 aprile 1994: l’aereo che trasportava il presidente del Ruanda, di etnia Hutu, fu abbattuto sui cieli della capitale del Paese. Non si sa realmente chi siano stati i colpevoli. Si potrebbe trattare dei ribelli Tutsi così come degli estremisti Hutu, ansiosi di liberarsi di un presidente troppo moderato. Quel che è certo è che gli estremisti Hutu erano già pronti a sfruttare questo pretesto per incolpare i Tutsi ed avere quindi un pretesto per poter eliminare la società dei Tutsi. Possiamo dire questo sulla base del fatto che le violenze sulla popolazione civile cominciarono già dal giorno successivo, il fatidico 7 aprile, ed erano perfettamente pianificate. La situazione era delicata anche per il governo ruandese. Il caos perversava e il presidente era morto. Essendoci il rischio che la sua autorità potesse essere rovesciata, scelse di allinearsi con gli estremisti e promuovere la loro ideologia. La famigerata “Radio des Milles Collines” utilizzava le sue frequenze per incitare all’odio etnico, invitando gli Hutu a segnalare ovunque la presenza dei nemici Tutsi per ucciderli. L’ordine era chiaro: armarsi, scendere in strada e uccidere chiunque, perfino i propri vicini. E così fu. Per portare avanti con maggiore efficacia l’obiettivo di sterminio si diede il divieto ai Tutsi di uscire di casa; inoltre, vennero creati innumerevoli posti di blocco dentro i centri abitati e vennero tesi inganni volti a indirizzare i Tutsi in posti ritenuti sicuri come chiese o sedi di organizzazioni internazionali, dove in realtà avrebbero trovato la morte. In pochi giorni la follia suprematista Hutu aveva raggiunto ogni angolo del Paese portando con sé torture, stupri e morti. I corpi mutilati e abbandonati erano così tanti che anche lo scorso anno, a 30 anni di distanza, ne sono stati rinvenuti 119.

Il genocidio si conclude nel momento in cui l’FPR (Fronte Patriottico Ruandese, forza miliare dei ribelli Tutsi) riesce a sconfiggere l’esercito del governo Hutu, costringendolo all’esilio.

Questo tragico evento viene ricordato, al di là del numero di morti e della ferocia degli assassini, per essere uno dei più clamorosi fallimenti imputabili alle organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, che nulla videro e nulla fecero (se non quando era ormai troppo tardi) per impedire lo sterminio. Eppure, un generale ONU di stanza in Ruanda si era accorto per tempo dei preparativi al genocidio da parte di esercito ed estremisti, ma gli fu impedito di agire. Anni più tardi, il segretario generale dell’ONU riconobbe che con un’azione immediata e decisa i suoi predecessori avrebbero potuto fermare le violenze in Ruanda. Aggiunse anche che mancava tuttavia la volontà politica di farlo. Le precise motivazioni dietro la mancanza di questa volontà probabilmente non le scopriremo mai. Non solo le organizzazioni, ma anche le grandi potenze e i media internazionali voltarono la faccia al Ruanda, tanto che ancora oggi questa enorme catastrofe è sconosciuta ai più.

Quello che rimane è l’amarezza che si prova quando si realizza che certe cose non sono cambiate nonostante i morti delle guerre passate e la speranza che non ricapitassero più. L’avidità e l’odio hanno caratterizzato tanto gli europei quanto gli africani e questo ha portato ad approfittarsi del prossimo, a ucciderlo, e a rimanere indifferenti alle umiliazioni e alle sofferenze quando ciò fa comodo all’economia e alla politica.

“Dalla storia si impara che non si impara dalla storia” canta Ernia in “Tutti hanno paura”. Il ricordo ed il rispetto reciproco, però, sono le uniche armi in grado di limitare i disastri futuri ed è nostro dovere usarle quotidianamente.


Commenti

Una replica a “Il genocidio dimenticato”

  1. Avatar Alessia
    Alessia

    molto toccante, tante sono le guerre sconosciute ma sempre crudeli …a me viene solo voglia di pregare per la PACE!! Che questo nuovo anno ci regali più amore e fraternità. Un abbraccio a Nicolò che ha portato alla luce questa parte di nostra triste storia, ricordando i grandi valori del ricordo e del rispetto!!

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