CRIME – ALDO MORO

La sera del 15 marzo 1978, Aldo Moro, politico e giurista italiano, fondatore della Democrazia Cristiana, si trovava nel suo studio privato di via Savoia (Roma), dove aveva trascorso del tempo con i suoi collaboratori. Dopo aver lasciato l’ufficio, si fermò sul marciapiede a parlare con Nicola Rana, il suo assistente, prima di tornare a casa per trascorrere la serata con la sua famiglia, la moglie Agnese e il figlio Giovanni.
Il giorno successivo,16 marzo, Moro si sarebbe dovuto recare alla Camera dei deputati per votare la fiducia al quarto governo Andreotti, e, successivamente, sarebbe dovuto andare all’università “La Sapienza” in quanto membro della commissione che avrebbe valutato ben 10 tesi di laurea. Tuttavia, non avrebbe mai raggiunto nessuna di queste destinazioni. L’auto di Moro arrivò in via Fani alle 9:02, dove fu bloccata da una Fiat 128 bianca guidata da Mario Moretti, leader delle Brigate Rosse (gruppo terroristico di estrema sinistra). Quattro terroristi, armati di mitragliatrici e travestiti da aviatori, comparsi all’improvviso in mezzo al traffico, aprirono il fuoco, uccidendo tutta la scorta. Altri membri del gruppo fermarono il traffico. Moro fu preso e trasferito su una Fiat 132 blu. Il sequestro durò solo tre minuti.
La notizia del rapimento fece subito sorgere interrogativi: perché la scorta non indossava giubbotti antiproiettili? Perché gli agenti della stessa non erano armati? Perché l’auto di Moro non era blindata? La sicurezza sembrava essere stata sottovalutata. Sebbene oggi si conoscano i nomi di alcuni dei brigatisti coinvolti, il numero preciso di quelli partecipanti all’agguato rimane sconosciuto. Secondo le testimonianze, Moro fu trasferito due volte su diverse auto: prima da una Fiat 132 a un furgone Fiat 850, dove fu fatto rannicchiare in una cassa di legno traforata. Alla fine, arrivò a via Montalcini 8, dove sarebbe rimasto prigioniero per i successivi 55 giorni.
Il luogo scelto per il suo nascondiglio fu meticolosamente selezionato: un appartamento al primo piano di un palazzo senza portiere, né panchine né vetrine davanti. Le stanze da letto erano poche e c’era un garage chiuso. L’appartamento fu modificato, creando una cella di cemento e pannelli di legno acusticamente isolata, dove Moro venne rinchiuso. Fu collocata una branda, un water chimico e un microfono. Dal muro pendeva il drappo rosso delle Brigate Rosse, con le caratteristiche scritte gialle. Questo scenario sarebbe stato lo sfondo della prima foto diffusa dai terroristi, che mostrava Moro ancora vivo.
Roma fu scossa dal caos, con posti di blocco ovunque, mentre esercito e forze dell’ordine cercavano di localizzare l’ostaggio. Per un breve momento sembrarono vicini a scoprire la base delle Brigate Rosse, ma non ci riuscirono. Durante la sua prigionia, Moro venne interrogato da Mario Moretti, il quale lo definì “il prigioniero”. Le BR diffusero periodicamente comunicati, in tutto nove, per documentare lo stato di Moro e le loro richieste. Il 25 marzo 1978, nel secondo comunicato, si parlava dell’interrogatorio posto al leader della Democrazia Cristiana.
Moro, mantenendo un atteggiamento di calma e diplomazia, durante la sua prigionia scrisse lettere ai suoi familiari e collaboratori. Tra quelle più significative, quella a Francesco Cossiga, in cui proponeva l’idea di una trattativa con i sequestratori. La sua richiesta di negoziati venne però ignorata dalla Democrazia Cristiana, per giunta una copia della stessa venne resa pubblica da un giornale. La risposta della DC fu chiara: nessuna trattativa.
I giorni passavano, e le ipotesi sul possibile luogo di detenzione di Moro si moltiplicavano; vi fu addirittura qualcuno, in seno alla DC, che si affidò alle sedute spiritiche per scoprirne l’ubicazione senza però nessun risultato. Nel frattempo, la nazione si divise sul tema della trattativa: alcuni, come il partito socialista di Bettino Craxi, chiesero di avviare dei negoziati con le Brigate Rosse, mentre la DC rimase fermamente contraria. Anche la famiglia di Moro chiese un maggiore impegno delle istituzioni per la sua liberazione.
Le lettere di Moro suscitarono ulteriori polemiche: era veramente lui a scriverle? E soprattutto, era lucido quando lo faceva? I brigatisti, infatti, gli fornirono giornali e notizie che lo riguardavano, cercando di manipolarlo psicologicamente. Moro rispose, mantenendo una forte determinazione: “Sono intatto”, scrisse a sua moglie, smentendo le voci che insinuavano che non fosse più lucido.
La situazione divenne sempre più drammatica. Il sesto comunicato delle Brigate Rosse annunciava che il “processo” a Moro era giunto al termine e che il prigioniero era stato condannato a morte. Un settimo comunicato, rivelatosi falso, aveva diffuso la notizia che Moro fosse morto per suicidio, ma le forze dell’ordine non trovarono alcun corpo. La verità emerse poco dopo, con il settimo comunicato autentico, che accompagnò una foto di Moro con in mano un giornale. Le Brigate Rosse avevano ora posto un ultimatum: la DC aveva quarantotto ore per accettare uno scambio di prigionieri.
L’appello di Papa Paolo VI per la liberazione dell’ostaggio rimase inascoltato. Le BR continuarono a chiedere la liberazione di tredici detenuti, ma le trattative con il partito socialista fallirono. Nel frattempo, Moro, ormai consapevole che il suo stesso partito non avrebbe mai ceduto, scrisse una lettera in cui esprimeva il suo rifiuto di accettare una “sentenza ingiusta” e chiedeva che nessuna autorità fosse presente ai suoi funerali.
Il giorno prima della sua morte, Mario Moretti gli comunicò che ci sarebbe stato ancora tempo per un possibile ripensamento da parte dei politici. Moro, però, rispose solo con il silenzio. Il 5 maggio 1978, le Brigate Rosse diffusero il nono comunicato, annunciando la conclusione della battaglia iniziata il 16 marzo: Aldo Moro sarebbe stato giustiziato.
Il 9 maggio, Moro fu trasferito in un garage dove venne ucciso. La Renault 4 su cui venne caricato il corpo fu poi trovata in via Caetani. L’Italia intera rimase sconvolta dalla tragica fine del leader della Democrazia Cristiana.


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